FEMMINART REVIEW

Giovanna Torresin - Mistica blasfema. Pur non amando il citazionismo, che sdrucciola le autenticità dell'Autore nell'incapacità di leggere in silenzio, senza riferimenti, nel caso di Giovanna Torresin resta difficile non pensare a Bacon, non da un punto di vista didascalico, ma nell'accezione più generale di blasfemia del segno.
Blasfemia, nell'Arte, è tuttaltro che una ingiuria verso il sacro, al contrario, quasi ne rappresenta la consacrazione.
Giovanna esprime con purezza di significanza il cordoglio del sogno interrotto, castigato, ma per far ciò bisogna avere ben presente, in modo chiaro e ineccepibile, il sogno.
Trattasi di una sorta di cancellazione, che, pur lasciando dell'originale un piccolissimo frammento, ne magnifica la forma, mancata, ma esaustiva, mistica.
Poco importa, ai fini speculativi, qual è l'artificio che limita la forma espandendola, se vincoli di sostanza o arabeschi della sembianza futuribile, o reiterazioni del pensiero macellato che prova e riprova se stesso, come avviene nella incantevole sequenza della Madonna con Bambino.
Qui, la ricostituzione del mistico semeiotico assurge a simbolismo pittorico, passando in rassegna le messi di rappresentazioni in tema e fissandone alcune, quelle che bastano, con chiodi possenti che trafiggono il ventre molle non solo dell'iconografia ufficiale, ma del limite stesso della sostanza, sia laica che ortodossa.
Nella serie di carne viva e poltiglia sanguinolenta, in apparenza si assiste all'esanguamento della vitalità, quasi una autopsia calligrafica sul corpo della società eviscerata. E già è pienezza di significato.
Ma non basta. Scavando nella ferita si osserva che è lontana dalla suppurazione, è l'illusione mnemonica della guerra, ad esempio, del tabù dell'omicidio, ovvero l'infranta intoccabilità del sangue e del suo ricettacolo.
Tutto questo avviene, esattamente come nella realtà, sul topos del corpo integro, puro, mistico nel senso di perfezione naturale, come se questo non se ne avvedesse affatto, e riponesse con garbo le ventraglie nel loro status quo ante, e la ferita nel sesso, che la rappresenta, e l'oltraggio nel cuore, l'unico organo in grado di accettarlo, metabolizzarlo, disabilitarlo.
Il dolore lo lasciamo alla scorza, a quel capezzolo strizzato che tiene impegnato il male, distraendolo.
In definitiva, Giovanna risistema le icone del possibile in maniera autorevole, facendo forse storcere il naso ai cultori del dolore dentro, quello che inutilmente rode e corrode, a coloro che serrano la fascia all'addome del torero, che, come si sa, ha il compito di trattenere gli intestini se il corno del toro perfora, devasta.
No, Giovanna scioglie la benda, rende visibile l'abominio conservando per noi intatta la bellezza della forma che credevamo scomparsa, e che invece è vigile, integra in noi, pur se ridotti a pezzi.