Stairway to heaven

“Mi sono accorta di avere un elemento a disposizione molto vicino sempre presente e che riscaldava le mani gelate come un uovo sodo tolto dall’acqua bollente e sbucciato con le dita: il mio corpo.”

Ho fatto con lui come mezzo di trasporto lunghi viaggi arrivando in luoghi meravigliosi, mai esplorati. Il viaggio continua alternato a brevi soste durante i quali lo lascio risposare e uso altri corpi, immagini rubate e rielaborate per raccontare le solite storie, una per eccellenza: la storia della mia vita.

(Giovanna Torresin)

Il lavoro di Giovanna Torresin si colloca in quella linea ricerca sull’universo femminile che inizia alla fine degli anni Sessanta, con Valie Export, Gina Pane, Orlan, Birgit Jürgensenn, Renate Bertlmann,  e che non rivendicava tanto una parità di genere quanto una visione diversa della società. Da un lato la struttura familiare che luogo chiuso e asfittico, dall’altro una indipendenza che nel mondo poteva sembrare, e ancora drammaticamente appare, come una ribellione ad una gerarchia “naturale”. Giovanna Torresin già nel 1993  con un ‘opera dal titolo “Convivio” simula una cena impossibile, nello stesso anno “La stanza dei ricordi” è un’installazione formata da decine di cassetti come contenitori di memoria, ma anche di paure e di ossessioni. Il mondo femminile emerge anche con le borse di “Coro” sono da un lato tracce di personalità, ma anche bocche spalancate pronte a divorare e portare violenza. I simboli della famiglia vengono progressivamente distrutti, denigrati per scacciarli dalla propria memoria. La Torresin sa bene che sono dei simboli profondi, per questo la sua violenza e la sua energia sono dedicati a prenderne le distanze, a estirparli definitivamente. Opera una decostruzione dell’universo rigido dei ruoli, della famiglia e del ruolo della donna come una condanna. Ma la sua scoperta è il ripatire da sé stessa come metro di un universo liberato, come mondo nuovo in cui finalmente riconoscersi come donna e come artista.  Lo stesso corpo nudo diventa da un lato una provocazione contro l’uso che ne fanno la pubblicità e i media, dall’altro un punto di ripartenza per una condizione liberata e diversa.

Il corpo per Giovanna Torresin, il suo corpo, è una grande mappa geografica del desiderio. L’artista ha deciso non solo di mostrarsi per quello che è, nella sua totale nudità o nell’interazione con oggetti e manipolazioni visive, ma di renderlo un territorio abitato dalla sessualità. Non una costruzione in cui convergono storia e cultura su di un tavolo anatomico come in Orlan, ma una tela su cui dipingere quello che già c’è e vi è nascosto. In quanto artista performativa sa anche non solo costruire le modalità prossemiche, ma riesce a edificare delle vere e proprie storie. Questa esigenza narrativa fa parte della sua storia di artista che ha saputo raccontare la propria vicenda personale attraverso l’essere una donna in una società che nei rapporti tra i sessi cambia troppo lentamente. I limiti posti alla sua vita, le costrizioni domestiche, le gabbie dei ruoli, per lei sono state un motivo per scrivere visivamente la propria alternativa. E il corpo è sempre una provocazione. Un corpo nudo che si mostra è la chiave per una donna di ribaltare lo sguardo. Infatti è la Torresin che guarda l’osservatore non il contrario. Il corpo diventa uno specchio che riflette e assorbe lo spettatore.

La sofferenza ha un odore sgradevole per alcune persone che si allontanano da te. Impaurite, noto in genere che sono persone che io chiamo “mentali” . Per altri che sentono col cuore, non percepiscono odore sgradevole e ti accolgono con semplicità e ciò da sollievo. Tutto scientificamente provato e mi scappa un sorriso. Tema da svolgere: Che odore diversi hanno gli stati d’animo? (Giovanna Torresin)

Nel 2000 poi crea degli ominidi  in terracotta smaltata che diventano una moltitudine ingovernabile, omuncoli che lei domina e dispone secondo i suoi desideri. Compongono delle moltitudini disposte a saturare il pavimento, piccoli golem umanoidi al servizio dell’Artista-regina. Quando avviene il passaggio alla fotografia digitale nel 2000 Giovanna Torresin propone direttamente il proprio corpo come schermo di proiezione, albergo d’immagini non solo mentali. Si offre, per così dire, per interpretare l’arte o la propria visione del mondo, come unico spazio di sofferenza e di riflessione attorno alla realtà. Successivamente il corpo dell’artista diventa wall painting di immagini e scritture, ricoprendosi di tatuaggi, oppure si rinchiude in armature invalicabili che lo rendono segreto inespugnabile. Poi la Torresin passa a rileggere con il suo volto e il suo corpo, diventando una performer che attraversa virtualmente la storia dell’arte. Diventa “tutte le maternità possibili” non solo aprendo al desiderio biologico e affiancandolo a quello sessuale, ma reinterpretando uno dei grandi temi della pittura e dell’arte in una gallery infinita. Nei lavori del 2010 l’ ibridazione tra il corpo dell’artista e la anatomia del muscolo cardiaco, diventa una forma di unione in cui carne e segno confluiscono in una forma nuova sofferta e dolorosa, ma sempre lucida e spietata, come tutta l’arte di Giovanna Torresin. In un video celebre e celebrato dell’anno seguente si fa un bagno in una vasca domestica riempita di cuori, in una gioiosa liberazione e conquista di libertà. Organo sentimentale per eccellenza, il cuore è per lei un simbolo magico che possiede però una esplicita funzione di mantenimento della vita. Come in un teatro di crudeltà, ha saputo interpretare un ruolo difficile e “sanguinario” con ironia e leggerezza, ma non rinunciando mai a prendere posizione sul ruolo di artista e di donna.

“Usare il mio petto come muro, dove piangere, divertire, consolare e in questo caso muro con segni antichi, come antica è la storia dell’uomo… Ed ecco – cazzi – fighe – cazzi – cazzi – fighe. Hanno odore di piscio… Come i muri dei cessi delle stazioni o le paratie dei cessi degli autogrill. Ribellione ad un’educazione sessuofobica, sfogo rabbia. Provocazione divertimento.”

(Giovanna Torresin)

Il portiere di notte

La sessualità c’entra sempre e in questo caso è l’asse portante della storia. Gioanna Torresin si è liberamente ispirata alla Charlotte Rampling de “Il portiere di notte” di Liliana Cavani, film cult degli anni 70 che parla di un rapporto sado-masochista tra un ebrea e un nazista imborghesito da portiere di notte. Ma lo spunto nasce solo in relazione all’abbigliamento al cappello, al gioco del travestimento che nel film sottintendeva allo scambio di ruoli. Anche erotici. In questo caso l’artista ha recuperato dal web una serie sterminata di membri maschili e di vagine ovviamente femminili e si è fatta decorare il corpo con questi gingilli. Tutto è evidente, chiaro. La Torresin ha “tatuato” il proprio corpo con la casualità dei “cazzi e fighe” che provengono da siti diversi goliardici o scientifici. Lo ha avvolto e ricoperto che un territorio vergine che si riempie dei segni vettoriali. La mappatura del corpo è sottolineata dal sesso inteso nel modo più esplicito e provocatorio possibile. Il desiderio quindi come motore del mondo. Come già nel “Grande vetro” di Duchamp anche se in questo caso la metafora è fuori di luogo perché il linguaggio è diretto. . Giovanna Torresin, con il suo sorriso sempre affabile e cordiale, lancia delle bordate non indifferenti all’universo artistico. Il corpo parla e si mostra. Perché alla fine al di là di ogni ragionamento sulla comunicazione nell’era digitale, resta la forza di una biologia che può essere controllata, repressa ma non eliminata. La Torresin ricava dal web, dal mondo dell’immateriale del digitale, li simboli e le forme che poi riversa e assembla su di sé, sul suo corpo nudo. Collega la comunicazione digitale con quella diretta ed esplicita del mettersi a nudo, in senso fisico, ma non solo. Questa è l’operazione concettuale. Nello stesso tempo il richiamo al film è un modo per sottolineare la libertà del desiderio, la forza della libertà corporale di trasgredire a tutto anche alla propria educazione e religione. Ne risulta allora un lavoro di grande attualità e immediatezza. E in questo caso non è importante solo l’opera finale, ma anche le fotografie che riassumono il lavoro preparatorio. Viene fuori allora la ritualità del prepararsi a qualcosa che deve accadere e a cui ci si prepara. Alla modificazione del corpo per diventare alla fine quello che è già: bisogno e desiderio erotico. Giovanna Torresin non ha mai avuto facili autocensure. Ha capito che il corpo nudo, il suo come donna e artista, è una porta da attraversare e uno specchio nel quale riflettersi.

Valerio Dehò